PANTALICA 

       PREISTORIA IN SICILIA                                                                                                                                                                                                  

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LA PREISTORIA IN SICILIA

Sarà utile come premessa ricordare che è essenziale, per comprendere i tanti enigmi della storia siciliana, tenere sempre presente le coordinate geografiche della sua collocazione nel Mediterraneo, tra l'Europa e l'Africa. Fin dalla più remota preistoria l'isola ha influenzato o subito gli eventi storici in funzione del suo stare al centro dei più importanti percorsi dell'emisfero settentrionale. Le sue varie connotazioni etnica, politica, linguistica, religiosa etc. vanno comprese alla luce della sua collocazione geografica.

Ma alcuni di voi potranno obbiettare che questa connotazione di crocevia non può da sola rappresentare una peculiarità intrinseca della Sicilia. Ciò è vero; infatti la peculiarità siciliana non risiede in questo, quanto nella capacità di assorbire tutto ciò che genti e culture lontane hanno di volta in volta portato sull'isola. Quando parlo di assorbimento mi riferisco sia alla sua possibile accezione positiva che negativa.

Assorbimento significò per la Sicilia recepire e rielaborare con fantasia ed estro influssi culturali e tecnologici esterni, come nel caso della colonizzazione greca; ma significò anche sopportare spoliazioni e tragedie dovute ad invasioni e conquiste violente. Ebbene tutto ciò è rimasto nel patrimonio genetico di quest'isola-non isola.

E' rimasto nella saggezza del suo popolo, in un certo sagace distacco per le lusinghe della novità, contrapposto alla formidabile capacità ed apertura nell'accettazione del diverso e del nuovo.

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Ma iniziamo subito, senza perdere altro tempo prezioso, a scorrere velocemente le pagine della storia siciliana più antica, altrimenti definibile preistoria.

Una delle tappe fondamentali di un itinerario preistorico della Sicilia può partire dal

Museo Archeologico Eoliano di Lipari, intitolato al suo fondatore Luigi Bernabò Brea.

Distinto in varie sezioni tematiche e cronologiche offre un vastissimo campionario della produzione artigianale dalle origini ai Romani ed oltre. Interessante è la sezione riguardante la storia del rapporto fra gli abitanti ed il vulcanismo imperante nell'arcipelago. Si nota chiaramente come la turbolenza delle forze endogene della natura sia stata vissuta con familiarità, e anzi i suoi prodotti (dall'ossidiana del neolitico alla pomice di oggi) abbiano costituito e continuano a costituire una delle principali fonti di sostentamento.

Ai musei fanno riscontro alcune aree archeologiche ben tenute ed evidenziate, quali quelle della stessa Acropoli di Lipari, del Milazzese di Panarea e di Capo Graziano a Filicudi. Piccoli villaggi di capanne accuratamente scavati e restaurati offrono al visitatore una chiara idea di come dovesse articolarsi la vita di un centro abitato della preistoria recente in Sicilia.Capanne rigidamente racchiuse nella loro circolare modularità, ma suggestivamente articolate ed abbarbicate in rari pianori strategicamente caratterizzati.

L'attrattiva principale per i primi coloni neolitici che raggiunsero Lipari fu l'ossidiana: il luccicante "vetro vulcanico" di incredibile duttilità ed efficacia funzionale che l'attività eruttiva regalò alla più grande delle Eolie.

Costituì il vero e proprio oro nero dell'antichità fino alla "invenzione" del metallo, tanto che l'ossidiana, da Lipari,  fu esportata in Sicilia, a Malta ed in gran parte della penisola italiana. Ma il rapido sviluppo tecnologico, cosi come è avvenuto più volte nella storia dell'umanità, determinò nella società eoliana una crisi profonda, dopo la fine del neolitico, intorno al III millennio a.C.

Ma, forti della loro esperienza marinara e, comunque, coscienti del ruolo importante che le isole potevano conquistare grazie alla loro posizione  geografica al centro del Tirreno, gli Eoliani seppero ben presto risollevarsi divenendo una sorta di porto franco della preistoria mediterranea a partire dagli inizi dell'età del bronzo e per quasi tutto il II millennio a.C..Intorno alla fine del II millennio a.C. (ma avvisaglie precedenti si possono anche scorgere durante il periodo della cultura del Milazzese, dal ben noto villaggio di Panarea) un popolo di origine campana, gli Ausoni, invase l'arcipelago.

La formidabile sequenza di villaggi sovrapposti sull'Acropoli di Lipari si interrompe a questo punto. Qualche evento traumatico sconvolse la tranquilla vita dell'arcipelago e determinò l'abbandono dei siti fino al VI secolo a.C., quando i coloni Cnidi ripopolarono le Eolie.

Ma la preistoria siciliana non significa soltanto le Eolie. Nella parte occidentale dell'isola, lungo i litorali palermitani e trapanesi, troviamo una delle concentrazioni di grotte tra le più suggestive al mondo. I massicci calcarei che conferiscono colore e bellezza alle coste nord-occidentali dell'isola sono più o meno profondamente segnati dalle tracce sovrapposte dell'incedere marino. L'alternante livello del mare quaternario ha lasciato  il segno in profondi solchi rettilinei posti a varie altezze.Lungo questi livelli l'erosione marina ha scavato anche le grotte che furono successivamente abitate dai cacciatori e raccoglitori paleolitici e mesolitici.

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Le grotte costituiscono la prima dimora conosciuta dell'uomo in Sicilia. Diciamo conosciuta perché sappiamo, da non molto tempo, che i primi abitanti dell'isola non furono gli occupanti delle grotte, ma bande di cacciatori che ci hanno lasciato i labili segni della loro presenza databile ad oltre centomila anni fa, sotto forma di rudimentali strumenti prodotti da pietre e ciottoli scheggiati con maestria ed efficacia. Se le grotte furono abitate all'incirca 12.000 anni fa, i primi uomini avevano, pertanto, popolato la Sicilia alcune centinaia di migliaia di anni prima.

Ma torniamo alle grotte, in esse gli uomini consumarono non soltanto i riti e le pratiche del quotidiano tran-tran domestico, ma anche quelli estemporanei dell'invocazione delle forze della natura e della propiziazione alla caccia. 

E' proprio nel territorio suburbano di Palermo che si trova uno dei "santuari" più famosi della preistoria europea e mediterranea: la grotta dell'Addaura. In essa un ignoto artista-stregone tracciò, con linee sottili ma decise, i contorni essenziali di alcune figure umane che danzavano intorno a due acrobati o vittime. L'esegesi della scena non è chiara. Per alcuni l'immagine rappresenta un'animata esibizione ginnica, per altri, invece, l'artista volle ricordare un vero e proprio sacrificio umano basato sull'autostrangolamento delle due vittime per l'azione lenta ed inesorabile di robuste corde che legavano collo e fallo passando attraverso i glutei.

Sull'altro versante del monte Pellegrino, alla grotta Niscemi, ed in tante altre grotte del litorale (da quella della Za' Minica, presso Carini, a quella del Genovese, a Levanzo) è un infittirsi di esemplari raffigurazioni naturalistiche o schematiche collocabili intorno ai 12.000-8.000 anni fa. Si tratta, pertanto, di un comprensorio di primaria importanza per la conoscenza dell'arte rupestre paleo-mesolitica.

Passando ai periodi successivi della preistoria, al neolitico ed all'età del rame e del bronzo, ricordiamo la grotta dell'Uzzo, nel nord-ovest dell'isola, ormai famosa per averci offerto la completa sequenza cronostratigrafica del passaggio dalla caccia alla raccolta ed all'agricoltura. Le ricerche in questa grotta hanno contribuito a ridimensionare il tradizionale paradigma diffusionista che voleva il neolitico introdotto totalmente dall’Oriente, rivalutando il ruolo fondamentale delle comunità locali. In seguito a questi scavi si è percepito con chiarezza che la facies neolitica di Stentinello, caratterizzata dalla elaborata ceramica decorata da incisione, impressione ed excisione, associata a quella dipinta in bicromia e tricromia, è successiva ad una prima fase a decorazione impressa presente, oltre che all’Uzzo, anche nella famosa Grotta del Kronio, presso Sciacca.

Ad una fase avanzata dello sviluppo neolitico si riferisce l’insediamento di Stretto a Partanna dimostrando il culmine di un sistema efficace di sfruttamento delle risorse ecosistemiche.La fase successiva dell’eneolitico, ben rappresentata dall'insediamento di Roccazzo, nel sud-ovest dell’isola, noto per la completezza del suo impianto insediamentale caratterizzato da capanne rettangolari e dalla comparsa di tombe a pozzetto e grotticella, rappresenta una fase di assestamento del modello agro-pastorale che proseguirà con proprie dinamiche evolutive per molti secoli a venire.Con l'eneolitico si introduce la tomba a pozzetto e grotticella che costituisce una rottura con il passato e l'inizio della lunga evoluzione del sepolcro ipogeico che in Sicilia ebbe particolare diffusione e successo fino all'epoca storica.

L'eneolitico è caratterizzato dalla presenza di diversi stili ceramici che presentano alcune varianti significative nelle varie parti dell'isola. Tuttavia la sequenza Conzo, San Cono - Piano Notaro, Serraferlicchio, Malpasso costituisce una valida griglia cui si affianca quella eoliana caratterizzata dal passaggio tra Piano Conte e Piano Quartara.

Tra eneolitico ed antica età del bronzo si colloca l'episodio significativo del Bicchiere Campaniforme (vero e proprio fenomeno di diffusione etnico-culturale di origine europea in Sicilia) inserito egregiamente ai margini occidentali del vasto areale di diffusione della civiltà di Castelluccio che, susseguente alla facies di Sant’Ippolito (da cui probabilmente deriva) costituisce la più tipica manifestazione dell’antica età del bronzo siciliana.

Per quanto attiene all'età del bronzo oltre alle già citate testimonianze eoliane altre isole minori della Sicilia offrono testimonianze di grande interesse. E' il caso dei famosi Sesi di Pantelleria: insoliti monumenti funerari di megalitica ascendenza, inseriti in un comprensorio di cui parte fondamentale è il villaggio capannicolo di Mursia, cinto da un poderoso muro ancora ben visibile. Ma anche del villaggio dei Faraglioni di Ustica, dove la capanna circolare sembra scomparire in un accorparsi di più unità camerali all'interno di veri e propri edifici ben inseriti in un tessuto urbanistico fatto di strade e piazze. Anche qui un poderoso muro di cinta dotato di torri conferiva al villaggio il carattere di avamposto marittimo dedito al commercio lontano.

La Sicilia si inserì pienamente nel circuito commerciale mediterraneo a partire dai primi secoli del II millennio a.C. come dimostrano i rinvenimenti di ceramiche di varia provenienza egea, levantina e cipriota presso l’insediamento di Monte Grande di Palma di Montechiaro dove è attestata la più antica lavorazione dello zolfo che doveva costituire l’attrazione per questi commerci primordiali.

Intorno alla metà del II millennio a.C. la Sicilia sud-orientale, con l’emporio costiero di Thapsos, che più esemplifica questo periodo di fervidi contatti fra Sicilia ed Egeo, costituisce la frontiera occidentale dal vasto areale di commerci mediterranei gestiti dagli abili Micenei. L'influsso miceneo fu tale che le originarie capanne rotonde furono presto rimpiazzate da edifici a corte centrale, che altro non sono che la diretta imitazione delle regge micenee. Analoga volontà di imitazione si nota nella struttura di alcune tombe a grotticella, scavate nella roccia, poco lontano dall'insediamento.

Al finire dell'età del bronzo, cioè del I millennio a.C., si riferisce uno degli insediamenti più suggestivi dell'intera preistoria siciliana : P a n t a l i c a. La vasta città sorgeva su un alto pianoro che può considerarsi una vera e propria isola nell'entroterra siracusano. E', infatti, inaccessibile su tutti i lati resi oltremodo ripidi dalla millenaria erosione dell'Anapo e del Calcinara che, proprio sotto Pantalica, confluiscono. Soltanto sul lato sud-occidentale uno stretto istmo collega il pianoro insediamentale con il resto del territorio circostante offrendo una agevole via di accesso.  Esso venne, però, protetto da un profondo fossato scavato nella roccia e da un muro di difesa. La forma di governo della città era, sul finire del II millennio a.C., la monarchia. Ce lo testimonia, a Pantalica, l'edificio che si trova nel punto più alto del pianoro, chiamato "anaktoron", cioè casa del "wanax", il re di omerica memoria, che regnava sulle cittadelle micenee dall'alto della sua reggia. Ai bordi del pianoro si estendevano le varie concentrazioni di tombe a grotticella scavate nella roccia che costituiscono l'aspetto più spettacolare e suggestivo di Pantalica.

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Al museo archeologico Paolo Orsi di Siracusa sono conservati i corredi di tali tombe costituiti di bella ceramica lustrata in nero o rosso dalle eleganti forme e profili. Passando alle necropoli come tacere le indimenticabili escursioni fra le Cave del pianoro ibleo, ancora incontaminate e intaccate a tratti da suggestive tombe a grotticella dell'antica età del bronzo. Tra queste  meritano particolare sottolineatura quelle di Castelluccio, Cassibile e  Cava Lazzaro. Visite indimenticabili percorse da un perduto spirito di avventura che si ritrova attraversando la fitta vegetazione naturale che gelosamente nasconde questi primordiali esempi di architettura rupestre, o attraverso i ruscelli d'acqua limpida e i riecheggianti dialoghi delle  moltitudini di volatili. La ricerca archeologica stenta nel conferire fisionomia specifica a ciò che dissotterra.

Dubbi ed incertezza ci fermano nel tentare di dare un nome agli artefici della preistoria più recente. Eppure essi erano ben noti alle civiltà vicine ed in particolare a quella micenea che intratteneva regolari contatti con l'isola e con i suoi evoluti abitanti. Attraverso le stringate  notazioni extra-contabili delle tavolette scritte nei palazzi micenei vengono adombrati toponimi e nomi che tutto lascia pensare collocarsi in Sicilia.

Fra di essi il mitico re Cocalo, sovrano di Camico (identificata con Sant'Angelo Muxaro nella media valle del Platani). A Camico, secondo una saga tramandata in periodo greco, trovò la morte Minosse tra le dolcezze di un bagno caldo ulteriormente addolcito dalle carezze delle belle figlie di Cocalo.

Ma perchè proprio in Sicilia?  Un pensiero ci arrovella la mente. Forse già allora questa terra iniziò ad essere conosciuta per lo stridente contrasto passionale che qui emana dalla terra, dalla natura e dai  suoi abitanti? Per i suoi sentimenti avvinghiati in un'originale e singolare equilibrio capace di offrire indifferentemente dolcissime passioni e tragici epiloghi ?

Il centro abitato di Camico è ignoto, ma ben note sono le sue tombe fra le quali spicca quella di chiara ispirazione egea date le sue dimensioni, la sua forma a tholos e l'articolazione interna con la piccola saletta destinata alla deposizione di una figura importante, data la presenza di un letto funerario scolpito.

Le saghe legate al suo territorio, che vedono troneggiare le figure di Minosse e Dedalo, ed il ritrovamento del famoso tesoretto d'oro comprendente vasellame ed ornamenti di ispirazione egea, inducono a fantasticare sul glorioso passato di questo centro, così legato al mondo egeo nella pre- e protostoria, e poi sottoposto all'influsso politico e militare greco-agrigentino.

Pantalica, Camico e tanti altri principati della Sicilia centro-orientale assistettero, a partire dal IX secolo a.C., all'arrivo di altre popolazioni: i Greci dall'area egea ed i Fenici dalla costa siro-palestinese e da Cartagine. Questa volta non erano i Micenei, ormai travolti dalla crisi delle loro cittadelle, ma i Greci che, a differenza dei propri antenati, non venivano soltanto per commerciare, ma per impiantare le proprie durature dimore, in una parola per colonizzare.

Lo stesso fecero i Fenici collocandosi nella Sicilia occidentale sia per la vicinanza maggiore al Nord-Africa, sia per il minor contrasto dei Greci ridimensionati in questa parte dell’isola dalla presenza degli Elimi.La cultura sicana resisterà all'avanzata di genti dalla penisola soltanto nel centro-sud dell'isola (Polizzello e Sant'Angelo Muxaro), dove sarà poi definitivamente soppiantata dalla penetrazione coloniale dei Rodio-Cretesi.

Tutta la Sicilia orientale viene, pertanto, siculizzata e saranno queste genti di origine peninsulare a contrastare senza fortuna la penetrazione greca coloniale. Monte Finocchito, con le sue poderose torri di difesa, visualizza questa strenua, quanto inutile, resistenza sicula all'incedere inesorabile di Siracusa verso l'interno.

Nella Sicilia occidentale i succitati Elimi, anch'essi di origine peninsulare, inserendosi nel ceppo sicano, ebbero miglior fortuna riuscendo a sopravvivere alla colonizzazione greca e fenicio-punica e mantenendo inalterata la sua autonomia anche dopo la conquista romana. 


Sebastiano Tusa

  Pantalica:interno di una "grotta"
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