Pantalica e il territorio della Sicilia  orientale

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I MONTI IBLEI

IL territorio di PANTALICA è parte dell'area degli Iblei; l'area dei Monti Iblei costituisce il settore più settentrionale dell'avampaese africano che verso Nord e Nord-Ovest va a formare l'avanfossa e al di là della congiungente Gela-Catania sparisce in sottosuolo al di sotto delle coltri della falda di Gela.

Insieme alle aree sommerse questo settore dell'avampaese fa parte del Blocco Pelagiano che costituisce, nel complesso, una zona stabile estesa dalla Scarpata Ibleo-Maltese fino alla Tunisia, formata da una potente successione mesocenozoica prevalentemente carbonatica con ripetute intercalazioni di vulcaniti basiche. 

Verso Est la continuità del Plateau è interessata dalla Scarpata Ibleo-Maltese, generata da un sistema di faglie a gradinata che delimitano la Piana Abissale ionica. Questo sistema è stato particolarmente attivo durante gli ultimi 5 m.a. e sarebbe legato ad un progressivo collasso del bordo occidentale del Bacino Ionico.

 Anche i Monti Iblei hanno avuto i loro vulcani. Certo, sono antichi di alcuni milioni di anni, ma la sorgente magmatica che li ha alimentati, in un certo senso, funziona ancora. Solo che non genera più vulcani, ma produce terremoti. È la Scarpata di Malta, un sistema di faglie “sismogenetico” tra i più pericolosi del Mediterraneo centrale, capace di generare terremoti devastanti.

La Sicilia orientale è dominata dalla presenza dell’Etna, uno dei vulcani più attivi al mondo. Ma il vulcanismo attuale rappresenta soltanto l’ultima parte di una storia geologica lunga milioni di anni ed iniziata più a Sud, all’estremo lembo meridionale di terra sicula, a Capo Passero. Da quell’area, infatti, i vulcani sono “migrati” (anche loro!) verso Nord, distribuendosi su vaste aree del territorio ibleo, da Siracusa a Grammichele, da Lentini a Palagonia. Da poco più di un milione di anni, i vulcani dei Monti Iblei si sono “estinti” e non eruttano più, mentre il vulcanismo si è ulteriormente spostato più a Nord, oltre la Piana di Catania, dove ha edificato l’imponente massiccio vulcanico etneo oggi attivo.

Ma da dove provengono i magmi che hanno alimentato i vulcani iblei? E qual è la sorgente che alimenta ancora oggi le eruzioni dell’Etna? Per rispondere a queste domande, gli studiosi hanno simulato al computer i percorsi di propagazione del magma al di sotto dei vulcani iblei ed etnei fino al limite crosta-mantello, a circa 30 km di profondità. Nei calcoli i ricercatori hanno considerato i diversi “regimi tettonici” che si sono alternati in Sicilia orientale negli ultimi dieci milioni di anni. Infatti, in quest’area la crosta terrestre è stata “compressa” oppure “dilatata” con diverse direzioni di estensione e compressione, che hanno a loro volta favorito o contrastato la risalita dei magmi da mantello terrestre verso la superficie. Oltre a ciò, il modello elaborato dagli studiosi ha considerato la progressiva evoluzione delle faglie della Scarpata di Malta, che nel tempo si sono approfondite aumentando l’entità della scarpata stessa e modificando il carico litostatico indotto dalle masse di roccia che si fratturano e deformano.

Gli scienziati hanno, così, scoperto che le traiettorie seguite dal magma lungo risalita dal mantello terrestre verso la superficie non sono verticali, bensì si presentano variamente curve. Queste traiettorie, però, confluiscono in basso, sia per l’Etna che per i vulcani degli Iblei, in una stessa zona: la Scarpata di Malta. Inoltre, la curvatura di queste traiettorie è cambiata nel tempo, obbligando il vulcanismo a migrare gradualmente verso nord-ovest e spiegando, quindi, perché i vulcani iblei sono oggi estinti, mentre l’Etna è ancora molto attivo.

Il fatto che i vulcani degli Iblei siano ormai estinti, di certo, tranquillizza un po'; ma non possiamo nasconderci che la loro antica sorgente magmatica, la Scarpata di Malta, è ancora sismicamente molto attiva. Si tratta di un imponente sistema di faglie che segmenta il fondo del Mare Ionio per oltre trecento chilometri di lunghezza, producendo una ripida scarpata che “affonda” la crosta terrestre per circa 3000 metri. Sono faglie sismogenetiche capaci di produrre terremoti anche devastanti come quello che l’11 gennaio 1693 ha raso al suolo numerose città della Sicilia orientale: magnitudo 7.4, cinquantaquattromila vittime ed un devastante tsunami indotto dallo scuotimento del fondale marino. 

fonte: Marco Neri Istituto Vulcanologia-Catania  -  foto by Neri  Rivalta  Maccaferri  Acocella Cirrincione  Etnean and Hyblean volcanism  https://authors.elsevier.com/a/1WQH-,Ig4DB85

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